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Mario Nascimbene mi fa sempre pensare a una di quelle
giacche che un grande sarto imbrocca una volta ogni tre o
quattro anni.
I grandi sarti sono famosi per sbagliare, magari con stile,
un'infinità di vesti o, peggio ancora, li fanno tutti
perfetti e assolutamente anonimi. Invece una giacca riuscita
tiene misteriosamente conto non solo del tuo fisico, ma del
tuo modo di muoverti, di incrociare le braccia o di
infilarti le mani in tasca. Prevede dove terrai sigarette
chiavi e portafoglio (vuoto).
Così quella giacca diventa la tua preferita e chissà perché
si finisce per infilarla ogni giorno e si maledice il caldo
che la fa riporre temporaneamente nell'armadio, e si trova
volgare e rozza l'estate. Lo è. E' di tweed scozzese
rustico o magari di quei tessuti che le mogli dei marinai
fabbricano ancora a mano sui rudimentali telai delle isole
irlandesi, ma io non ho mai incontrato nessun uomo veramente
elegante con una giacca di chachemire. L'indumento finisce
così per adattarsi al tuo fisico, e più invecchia più è
bello. I gomiti si bucano: poco male, ci si applicano le
toppe di cuoio, bandiera rotta onor di capitano. Così,
accompagnandoti quotidianamente, questo indumento che è
parte di te finisce col suddividere tutti i casi lieti o
dolorosi della tua vita, assiste alle tue vittorie e alle
tue sconfitte; in ogni caso ti tiene caldo, ti ci
rincantucci dentro.
La mia consuetudine con Mario Nascimbene si perde ormai
nella notte dei tempi, pare fossimo entrambi imbarcati
sull'Arca di Noè e certamente abbiamo assistito fianco a
fianco all'incoronazione di Carlo Magno.
Ogni regista quando finisce un film ha una sua musica in
testa, salvo il sottoscritto, che trova pleonastica la
musica in ogni film, ma che si adatta alle tradizioni:
quindi la sua prima perentoria richiesta, se non è
completamente digiuno di spartiti, sarà quella di
parafrasare l'Ouverture 1812 o Morte e Trasfigurazione; il
concerto per piccolo e archi di Vivaldi o Ellington: oppure
di reinventare l'Ouverture del Lohengrin o di tirare fuori
dal rotto della cuffia quell'AriaVerdiana che gli ricorda
l'aria della sua terra. Se non addirittura copiare quella
canzone al ritmo della quale in giovinezza abbiamo fornicato
con stupende sedicenni ormai nonne.
Nascimbene condivide, approva, obbedisce, esegue. Ma sempre
più spesso, nonostante le reboanti imposizioni, nei suoi
spartiti fa testardamente capolino una malinconia non
prevista ma che è parte di lui, una finezza, un rimpianto
per gli anni che passano con impietosa dolcezza; un tema
squisitamente personale che se ne infischia dei piani
preordinati e che sorprende il regista: il quale, se non è
stupido, si affretta ad accettarlo commosso e a farlo suo.
In questi casi la giacca si fa ammirare per la sua antica
nobiltà, pur con le sue toppe e le sue sfilature, in mezzo
ai troppi abiti sgargianti dei nuovi ricchi.
Ed è in questa sotterranea e profonda tristezza, nel senso
degli anni e degli effetti perduti, non nei timpani nei
piatti o nei bombardini che l'antica razza di Mario
Nascimbene si fa riconoscere inconfondibilmente, e somiglia
al cielo della sua Lombardia, "che è così bello
quando è bello".
Ama appassionatamente il suo lavoro, non sempre sviluppato
con la mano destra, se vogliamo, e vi dedica una tenacia e
una costanza da ventenne. Ha un'altra grande qualità che fa
di lui un gran signore e un artista: per una risata
autentica si giocherebbe senza esitare un istante tutto il
denaro che il suo pingue mestiere gli rende. Niente vale
nella vita quanto il non perderla sul serio: i momenti di
straziante dolore Mario li ha conosciuti, e lui sa quanto li
ho condivisi con lui. Ma oltre quei momenti di sventura
abbiamo riso fino a far salire una Mercedes con autista sul
marciapiede di una strada di Monaco di Baviera e un vigile
sconcertato rinunciò a multarci perché non riusciva a
scambiare con noi, travolti dal fou rire, una sola parola.
Ci avrà preso per pazzi.
Per questi motivi, indosserei sempre la stessa giacca.
A Mario Nascimbene
Valerio Zurlini
Maggio 1982
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