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Conobbi
Mario Nascimbene nei primi anni '60 a Roma nella sua villa
romana di via della Mendola.
Da Milano ero venuto a Roma per la registrazione di un
programma televisivo con la "Riverside Jazz Band"
che dirigevo da qualche anno. Il padre del mio clarinettista
Bruno Longhi, grande amico di Mario, ci aveva fatto avere un
appuntamento per poter avere dei consigli dal momento che
eravamo agli inizi della nostra attività musicale.
Mario ci ricevette con cordialità e disponibilità e con
interesse ascoltò i nostri problemi che poi erano quelli di
tutti coloro che da poco si affacciavano al mondo dello
spettacolo.
Essendo già da allora un grande appassionato di cinema,
conoscevo Mario per aver letto spesso il suo nome di titoli
di testa di alcuni film che avevo visto durante i quali ne
avevo apprezzato il commento sonoro. Mi ricordavo della
musica di "Salomone e la regina di Saba" con Yul
Brynner,
de "La contessa scalza" con Ava Gardner, de
"I vichinghi" con Kirk Douglas, e confesso che mi
emozionai tantissimo.
Parlammo di jazz e Mario ci disse che qualche anno prima
aveva prodotto un documentario dal titolo "Il blues
della domenica" con la "Roman New Orleans Jazz
Band" che era stata la prima orchestra di jazz nel
dopoguerra a suonare lo stile di New Orleans.
Ci prospettò un futuro non certo facile ma ci consigliò di
non gettare mai la spugna e di combattere con tutte le
nostre forze per portare avanti le nostre idee musicali.
Rincontrai Mario dopo molti anni in occasione delle
proiezioni del David di Donatello di cui faccio parte della
Giuria e da allora ricominciammo a vederci con una certa
assiduità scambiandoci continuamente le nostre idee
musicali e il nostro disappunto nei riguardi dell'attualità
e della musica
scesa negli ultimi anni a livelli bassissimi.
Mi regalò il suo libro autobiografico che lessi avidamente
e quella fu l'occasione per discutere sulla musica che
scrisse per quel film o per quell'altro.
E parlammo delle sue "invenzioni" con oggetti o
strumenti insoliti: dalla macchina da scrivere di "Roma
ore 11", al tic-tac dell'orologio di "Cento anni
d'amore", dall'armonica a bocca e del fischio in
"Giorni d'amore" e "Uomini e lupi" negli
anni '50 (venti anni prima che Morricone li usasse nei film
di Sergio Leone) ai clacson de "Il sapore del
mistero", dal rumore della cinepresa ne "Il
processo di Verona" al rastrello del suo giardino in
"Un milione di anni fa" e poi del jazz (la tromba
di Maynard Ferguson ne "La prima notte di
quiete"), dei quattro corni all'unisono (I Vichinghi),
del segnale di Radio Londra in "Estate violenta".
Ripercorrendo la carriera musicale di Mario non si può fare
a meno di rimanere impressionati innanzi tutto dalla mole di
lavoro svolto in oltre 60 anni di colonne sonore; inoltre
dai titoli e dalle collaborazioni con registi prestigiosi
fra i quali vorrei ricordare Carmine Gallone(uno dei
pionieri del cinema muto), Alberto Lattuada, Valerio
Zurlini, Roberto Rossellini, Carlo Lizzani, G.W.Pabst (altro
grande del "muto"), Robert Rossen, Joseph
Menchiewicz, King Vidor, Jack Cardiff, Richard Fleischer….
E a proposito dei registi stranieri non posso fare a meno di
pensare al fatto
che illustri nomi statunitensi, assieme a Mario, hanno
musicato i loro film e mi riferisco ai vari Dimitri Tiomkin,
Alfred e Lionel Newman, Miklõs Ròsza, Hugo Friedhorfer,
Max Steiner…,
e di non aver trovato alcuna differenza fra il loro operato
e quello di Mario che può essere
annoverato senza alcun dubbio fra i grandi delle colonne
sonore della intera storia del cinema.
Vorrei ricordare che tra gli innumerevoli riconoscimenti che
ha Mario ha avuto, degni di nota sono i due "Nastri
d'argento" e il David di Donatello alla carriera nel
1991.
Grazie al Premio Nascimbene che si tiene annualmente ad
Orsogna (Chieti), Mario è ancora fra noi e confidiamo nel
museo che è in fase di allestimento per poterne avere un
ricordo perenne.
Lino Patruno
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